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MotoGP Amarcord: Benedetta elettronica!
Scritto il 2012-10-10 da Paolo Bologna su Infomotogp

Fonte: Foto di Toshi Araki

Qualcuno ricorda come lavoravamo noi giornalisti negli anni '80? Ma quali monitor con tabelle, tempi, raffronti sulla scrivania della sala stampa. Quali collegamenti visivi di ogni curva, di ogni rettilineo stando comodamente seduti. E in un'epoca nella quale non si dava risalto solo ad una classe, magari con l'intervista più o meno esclusiva al campione di turno, a quello che fa audience o fa vendere copie.

Cominciamo con le classi. La “regina” era la 500, ma prima di questa entravano in pista la 50 (poi diventata 80) la 125, la 250 e la 350. Dopo la 500, infine, c'era la gara dei sidecar.

Propedeutico a tutto il nostro lavoro erano, naturalmente, i contatti con i piloti ed i responsabili dei team. Un giro di paddock prima e dopo il loro impegno in pista. Prima per sentire gli umori, cercare di capire le strategie; dopo per avere le impressioni, le dichiarazioni. E questo si ripeteva per tutte le classi. Perché, se anche la parte del leone sui giornali la faceva la 500, gli altri non venivano relegati ad un tabellino dei tempi, spesso parziale, come avviene oggi.

Pronti, via! E qui cominciava per noi un lavoro improbo, quasi sempre fatto in squadra: il contagiri. Appiccicati al finestrone della sala stampa, ad ogni passaggio, uno scandiva i numeri dei corridori e un altro li annotava. Solo così era possibile essere costantemente aggiornati sulle posizioni calcolando, in modo empirico, i distacchi. Quello che succedeva nei tratti nascosti, te lo riferiva un collega che si era staccato ed era andato, magari con il fotografo, ad appostarsi ad una curva particolare.

Così, ad esempio, ad Imola, in sala stampa, abbiamo appreso della caduta alla curva della Tosa, invisibile dalla nostra postazione, della morte di Guido Paci, maresciallo pilota dell'Aeronautica Militare prestato alle competizioni. Per noi tutti Kojak perché calvo come il protagonista dell'omonima serie Tv, senz'altro bravo, ma soprattutto un amico con il quale molti di noi avevano pranzato poco prima del via della 200 Miglia di Imola. Perché anche questo erano le competizioni di allora: tanta umanità, tanta partecipazione di tutti a quello che veniva chiamato il “circus”. Ma di questo aspetto parleremo in una prossima cartolina dei ricordi.

Negli anni settanta e Ottanta le trasferte erano difficili quanto e qualche volta più di oggi. Non tanto per i collegamenti, quanto per i costi che, per alcune destinazioni erano decisamente proibitivi. Andare a seguire la prova di campionato del mondo in Sudafrica, se non avevi alle spalle una testata molto molto solida e con decisi interessi sportivi, era del tutto impensabile. Ed anche visti ed organizzazione in loco ponevano i loro problemi, visto che il Paese era ancora in regime di apartheid. Così nel 1983 la Federazione Motociclistica Italiana si fa carico di organizzare, spuntando prezzi “tutto compreso” accettabili, una trasferta per il Gran Premio sul circuito di Kyalami che fu vinto da Freddie Spencer su Honda NS 500. Arriviamo a Johannesburg e subito briefing in albergo da parte della direzione: non andate a spasso con i jeans: verreste etichettati come poco di buono; non andate in giro da soli, ma sempre in due o tre: correreste pericoli personali; non trattate a tu per tu con i neri: si prenderebbero troppa confidenza con voi e turbereste un equilibrio consolidato. Tutte raccomandazioni che ci sembravano abbastanza assurde,. Ma la mattina dopo, a colazione, la conferma che non lì ci si poteva comportare come facevamo sempre in Italia ed in Europa in generale. Un cameriere di colore al quale ci eravamo rivolti amichevolmente ci rispose: “Tu, italiano mafioso.” E allora? Bianco era per forza di cose la parola d'ordine. Anche nelle battute di spirito come quella di un collega che dopo aver passato nottata e giornata con mal di stomaco, era venuto la sera con tutta la comitiva al ristorante "Rugantino" di proprietà di Liliana De Curtis, la figlia di Totò. A chi gli fece notare di essere molto bianco in volto, lui rispose spiritosamente: “Certo qui non guasta!”

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Strane cose, a volte divertenti, sempre molto naif. E' l'ambiente delle corse anni Ottanta. Come non ricordare quel ragazzino di circa sette anni, figlio di un giornalista al seguito del “circus”, al quale Carlo Gasparini, capo ufficio stampa della Federazione Motociclistica Italiana regalò una tutina rossa della Ferrari comprata in una delle tante bancarelle del circuito? Ebbene, quel ragazzino così vestito, entra - si era ad Imola – nel tendone dell'Honda e poco dopo esce con un pacchetto di adesivi tra le mani. I tecnici, giapponesi per la maggior parte, glieli avevano regalati facendo poi un gesto con le mani che ha l'inequivocabile segnale di “smamma”. Allora, come oggi, in pista ci sono le ragazze-ombrellino, in vesti più o meno succinte, per molti spettatori un simbolo sessuale del binomio donne-motori. Un giovane collega auto attribuitosi serie qualità di fotografo fu invitato da Gasparini, che era anche direttore di Motitalia, il mensile della Federazione, di andarle a ritrarre E poco dopo il fotografo ritorna senza scatti perché aveva trovato solo alcune delle ragazze, ma intente... a lavare i piatti. Quale foto più dissacrante per una visione tutta maschilista del circuito? Però non ne ha fatta neppure una e la lavata se la prende lui, di testa. L'ambiente giornalistico era comunque, l'abbiamo detto più volte, ruspante e amicale.E si infilavano spesso nel gruppo appassionati che volevano seguire le corse, magari facendosi fare un accredito dal giornaletto locale della loro zona. C'era, ad esempio, un simpatico personaggio che lavorava alle Poste e che aveva preso molto a cuore il suo ruolo di giornalista, tanto da fare sempre un rapido inventario, in sala stampa, delle testate rappresentate e quindi attaccarsi al telefono per offrire il proprio pezzo a quelle senza inviato. Ma c'erano pure dei giovani che volevano intraprendere questo lavoro e si impegnavano, pronti a qualsiasi sacrificio per inseguire il loro sogno.E in Austria mi capita un giovane, oggi affermato professionista, senza albergo. Che fai, lo lasci a dormire all'aperto in circuito? Così, io inviato del quotidiano “Il Tempo”, già professionista e con rimborso spese a pie' di lista, ritengo opportuno offrirgli riparo nella mia stanza ed anche – solo per dormire, non fate sciocche illazioni – nell'unico letto disponibile, un matrimoniale.  

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